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SHOAH: RICORDO O RITORNO?

Il termine Shoah, nel lessico biblico, veicola diversi significati legati all’idea di distruzione e ricorre frequentemente nel libro di Giobbe, nella lingua del profeta Isaia e in alcuni salmi. Shoah è una parola ebraica che significa «catastrofe» e ormai da tempo ha sostituito il termine Olocausto, usato in precedenza per definire lo sterminio nazista. Olocausto, termine derivante dal greco e poi traslato al latino, traduce infatti un termine biblico legato alla sfera dei sacrifici cruenti e animali. Esso in lingua greca sta ad indicare il sacrificio ebraico detto ‘olah, ossia innalzamento, un sacrificio (non è dato sapere di chi o di cosa) che viene “tutto bruciato” e dove il fumo che sale “è odore gradito al Signore”.

Certo ci può essere stata una sorta di assonanza tra il fumo dei campi di sterminio e quello della vittima sacrificale, ma si tratta di un’assonanza superficiale e deviante, poiché l’immagine biblica indica ben altro gesto cultuale. Cosa si voleva intendere quando si associò lo sterminio degli ebrei all’offerta sacrificale del mondo antico? Un sacrificio dei nazisti al dio della razza? O una concezione dell’ebreo come vittima sacrificale simile alla concezione dei riti sacrificali dei primi cristiani? L’ambiguità del significato di questo termine è ovvia e provoca un certo disagio. Ecco il perché della sostituzione con Shoah. Perché il termine «olocausto», con il suo richiamo al sacrificio biblico, dava implicitamente un senso alla morte, insensata e incomprensibile, di sei milioni di persone! Shoah è certamente più neutro, meno  connotato in senso religioso e, anche se legato anch’esso alla sfera religiosa, non è così determinato dalle azioni di carattere cultuali.

Ma che entrambi i termini provengano da ambienti cristiani di età medievale, che indichino un lemma proveniente dal mondo pagano, che abbiano un significato troppo religioso, è tutto sommato irrilevante. Si tratta comunque, purtroppo, del «genocidio» (dopo Shoah è stato coniato ancora un altro termine, Genocidio) di una considerevole componente degli ebrei d’Europa; anche se, assieme agli ebrei, altri gruppi finirono nel programma di sterminio dei regimi nazi-fascisti: negri, gay, zingari, prostitute. Ma l’ostilità antiebraica fu fin dall’inizio parte integrante dell’ideologia del Nazismo tedesco.
La Shoah è il frutto di un progetto di eliminazione di massa che non ha precedenti, né paralleli: nel gennaio del 1942 la conferenza di Wansee approva il piano di “soluzione finale” del cosiddetto problema ebraico, che prevede l’estinzione di questo popolo dalla faccia della terra. Lo sterminio degli ebrei non ha una motivazione territoriale, non è determinato da ragioni espansionistiche o da una per quanto deviata strategia politica, ma è deciso sulla base del fatto che il popolo ebraico non merita di vivere. È una forma di razzismo radicale che vuole rendere il mondo «Judenfrei» («ripulito» dagli ebrei). L’Italia approva anch’essa un complesso e aberrante sistema di “difesa della razza”, rinchiudendo gli ebrei entro un rigido sistema di esclusione e separazione dal resto del paese.

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa aprirono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz e scoprirono l’orrore.

Ma questa terribile storia ha dei millenari precedenti. Gli ebrei, di fatto, erano vissuti per millenni come una minoranza appena tollerata, non di rado perseguitata e cacciata, e sempre relegata entro i ghetti, tanto nel mondo cristiano quanto sotto l’Islam. Visti con diffidenza e odio per la loro fede tenace (e, dal punto di vista della maggioranza, sbagliata), hanno sempre rappresentato il “diverso”, la presenza estranea. Anche se da millenni vivono qui e si sentono europei.

Purtroppo il mondo ne ha conosciuti tanti di «genocidi», e ancora troppi sono in corso sulla faccia della terra.

Per non dimenticare che le idee di intolleranza, di odio etnico e religioso, di segregazione, di rifiuto e di emarginazione, di vendetta sono ancora fra noi, nella nostra vita quotidiana, nei proclami contro gli immigrati, nelle dichiarazioni vellutate di alcuni esponenti politici, nelle guerre di religione, nelle stragi etniche, negli attentati terroristici come nei bombardamenti in Afghanistan, nei kamikaze palestinesi come nell’esercito israeliano che rade al suolo con i bulldozer le case e l’identità dei palestinesi…

Per non dimenticare che la pulizia etnica, in Europa come in Africa e in Asia, è ancora un fatto di questi giorni e di questi anni e che, dopotutto, nonostante i progressi della scienza e della tecnologia, non siamo molto avanzati, nella civiltà, rispetto a sessant’anni fa…

Per ricordare ai giovani (e a chiunque finga di dimenticarsene) che quella fu una scelta fatta e condivisa da uomini reali, in carne ed ossa, fu una scelta decisa e sottoscritta da politici e da re e sostenuta da intellettuali, non da barbari o da pazzi, ma da persone che sapevano ciò che avevano deciso di fare…

Per non dimenticare che la profonda vergogna  per quello che fu fatto è anche mia, tua, nostra, come uomini, come italiani e come europei. Nessuno può dire: io non c’ero…

Se il “Giorno della Memoria” sarà l’occasione per alunni, studenti, insegnanti e genitori per riflettere sul mondo di oggi e per scegliere il dialogo vero e la tolleranza concreta, allora avremo fatto un notevole passo avanti. Se, invece, sarà solo un moralistico ricordo di un triste e remoto fatto storico che ci muove al pietismo di un giorno, non sarà servito poi a molto…
Sarà una formalità prevista dalla legge.

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